Se tutto il costruito che ci circonda è creduto architettura, e in nessun ambito, siamo pienamente soddisfatti, allora, quelle disposizioni così integrate come «architettura», lasciano a desiderare, e dobbiamo intendere che esigono di essere organizzate, da un altro modo compiuto, poiché solo così, potranno descriversi i loro passi integranti come ricerca certa-conveniente, efficiente. Poiché se non abbiamo un’architettura efficiente con l’epigono modo analogico con cui la conformiamo, dobbiamo intendere di continuare a cercarla, di continuare a porci la domanda, rispose Mies Van der Rohe, di fronte all’interrogativo. Gropius la espose come «rattoppi senza spirito»… «testimonianza vergognosa» e una lettura evidente in qualsiasi città universale imputabili ad autorità e direttori di scuole, salvo le eccezioni verificabili oggettivabili. In Gropius, soggiace il criterio di trovarle lo spirito, o ragione, della sua anima razionale, la sua scienza mistica, la virtù di operare dai suoi passi integranti-conformanti, la sua sostanza o principio generatore, benché non lo abbiamo trovato così da lui, come ottimo strenuo intenditore delucidante di fronte alla critica aperta che ci chiese di fargli per perdere lui, tempo con noi ai suoi ottantuno (81) anni nel 1964 a Cambridge, concedendoci cinque (5) minuti per conquistarcelo, e quando gli esprimemmo la nostra opinione sui suoi errori nell’università di Baghdad ci mise in relazione con altri nella biblioteca vicina oltre a invitarci a entrare in casa sua, poiché ci aspettò sul marciapiede orologio alla mano e circa tre ore più tardi ormai altri impegni ci imposero di congedarci, dicendo lui a tutti, che bene ci intendiamo noi architetti. Oggi possiamo ragionare come mancanza di civiltà il non cercare il metodo processo di progettazione urbana architettonica mancante che esige l’universo, e che diciamo di avere, e nessuno ha voluto ascoltare, ma che sì, chiede di sorgere, diciamo-insistiamo. E a tal fine la comunicazione attuale ci fornisce specifica possibilità.
Alberti, chiedeva «ragioni certe» dall’architetto. Queste, all’oggi e da noi vincolano esigenze e luogo d’insediamento, su cui incidono fenomeni, chiedendo-generando, una soluzione unica per l’ogni volta e luogo geografico differenziante, senza alcun pregiudizio iniziale e così un caso scientifico, «una macchina» opinò Le Corbusier a ragione, danneggiandolo nell’altra occasione, quando la definì «gioco di volumi sotto la luce», come se non lo fosse al buio, qualora lo sia.
Altri, non dimostrano di voler capire l’architettura epigona che gli permettono fino a oggi nelle loro università, nel modo tradizionale trascinato. Altri menzionano un Vitruvio artistico, non quello che dice più di venti (20) secoli fa che l’architettura è scienza, e quando all’oggi la generalità degli architetti capiscono il nocciolo delle esigenze da insediare, ma non decidono di rompere la tradizione del paradigma epigono, per il conseguimento dell’esigente soluzione idonea. Manca loro accettare che come arte non diviene certa e conveniente, e non decidono di vederla-farla come la scienza che esige di essere. Qualcosa che reclama la popolazione ormai di sette miliardi (7.000.000.000) a ritmo crescente dentro un universo in deterioramento che esige mutazione scientifica, ormai possibile. Vitruvio a suo tempo espose l’esigenza scientifica per il corretto svolgimento del mestiere, esigente della corretta regola e dell’interminabile esercizio, ma fino a oggi qui nella nostra Repubblica Dominicana non si ottiene.
Poiché dalla tipologia modello paradigmatica analogica epigona, deriva l’aporia e il compendio di miseria universale in cui trasforma la trama urbana cittadina, l’attività dei cittadini su di essa, e sorge il qualcosa che ci obbliga a imparare a progettare da un metodo-processo di progettazione scientifico, per la svolta da arte a scienza che ci chiede lo stato economico nell’oggi del secolo XXI. Vitruvio sentenziò prima dell’inizio dell’era cristiana che come architettura avevamo «un’ombra della cosa» e non «la cosa stessa» e che solo studiando il come avremmo ottenuto ciò che ci fossimo proposti. Questo fu inteso da colui che affermò poi che ciò che facciamo con ciò che conosciamo è arte e ciò che facciamo per ciò che dobbiamo studiare è scienza. E che per l’ogni volta e sito è un caso unico e irripetibile, ma che la necessaria conoscenza imprescindibile diviene l’essere il saper andare incontro alla soluzione che debba essere fatta per l’ogni volta di esigenze e luogo geografico d’insediamento su cui incidono i suoi specifici fenomeni, e questo strumento unico sarà un metodo processo di progettazione urbana architettonica scientifico, che proponiamo e la generalità elude ogni giorno con minore avallo di attaccamento e così fino all’oggi, misuri ciascuno come l’incaricato certo che debba aspirare a essere, lo sforzo che gli tocchi fare in ragione-funzione dell’occupazione in cui decise di immischiarsi, per esercizio di vita, funzioni e benefici che debba generare nella sua esistenza, come obbligato a dare, e prestare servizi o morire senza funzioni valide, ignorandosi altresì nel suo avallo di occasioni. Oggi è penoso l’osservare come vivono i molti che rifiutano funzioni che devono accettare, ed emarginano, credendo di lasciarle passare, e non è così che passano, poiché così, si trasformano nel danno permanente che influisce su tutti. La miseria universale come concetto accettato di inattività è originata in funzione del campo di incidenze in cui hanno bisogno di agire i nostri incaricati urbano architettonici ingegneristici che dobbiamo allertare dando loro un processo-metodo per andare incontro senza il ritardo dell’oggi a ogni nuova esigenza da risolvere per la soddisfazione di tutti entro un grado compiuto, non erratico qual è il caso generalizzato, poiché così diviene come ragione comune il non avere la precisa definizione di cui difettò Mies Van der Rohe il più strenuo dei suoi incaricati, ordinando di continuare a porci la domanda, fino a imparare a farla definirla per tutti, da una pianificazione territoriale per la produzione, una pianificazione cittadina per la soddisfazione globale dell’uso pubblico e un’architettura come infrastruttura di servizi alla cittadinanza in esercizio di vita e produzione garante conformante di esistenza degna, e lascito prospettico attivo competitivo come esige di essere.